Maternità e paternità e la lente dei luoghi comuni
Contro il luogo comune delle “relazioni ideali” parliamo della difficoltà di essere padri e madri oggi, in cui la fretta ci vorrebbe vedere già “arrivati”. È importante perciò sganciare i giovani dall’ansia di essere dei genitori perfetti. Genitori si diventa solo crescendo lentamente insieme ai propri figli, sbagliando e imparando, nella volontà consapevole e generosa di essere sempre pronti a rimediare agli errori commessi.

Se c’è una categoria che ci richiama subito sulle labbra i luoghi comuni, penso che questa sia quella della genitorialità.

La mamma è sempre accogliente, protettiva e generosa, il padre è il punto fermo che ti insegna la vita e ti fa da guida. La mamma è quella che ti capisce al volo, coglie ogni tuo palpito, vive per te, il padre quello che ti mantiene nei ranghi e ti indica la retta via.

Ma nei fatti le cose non stanno così, né oggi, né per il passato, né nell’antichità. I miti ci parlano di madri terribili e padri mostruosi che talvolta ritroviamo spaventosamente nelle nostre cronache.

Ma nell’immaginario collettivo irriflesso, la prima associazione che si fa con il concetto di famiglia è quella del nido caldo dove una persona viene cresciuta, quando invece tanto spesso proprio la famiglia diventa il luogo delle incandescenze o delle celle frigorifere, un ambiente cioè dove è meglio non parlare di temperatura, ma sarebbe meglio parlare di difficili equilibrismi.

Negli ultimi decenni, però, questi luoghi comuni vanno sempre più evaporando, sostituiti da nuove percezioni. La società solida e massiccia del secolo scorso si è sciolta nella dissoluzione di valori e geometrie diventando un luogo dove tutto nuota nella liquidità. I neo-genitori di oggi sono costretti a fare le loro vasche inspirando nuovi assetti ed espirando le vecchie categorie sommarie e di facciata. I conti infatti non quadrano, le cose stanno diversamente, i genitori ammazzano i figli e i figli ammazzano i genitori.

Così sul web si fa a gara a dare consigli e indicazioni su “come fare” il genitore, dimenticando che una persona non “fa” ma essenzialmente “è” ed è sempre se stessa. I neo-genitori svaligiano il web per pescarvi l’ultima intuizione della psicologia e delle neuroscienze. Non ci si abbandona più a quell’incoscienza che una volta generava madri e padri giovanissimi che andavano incontro, incauti, al loro difficilissimo mestiere, giacché ormai ogni condotta passa al vaglio del risultato perfetto auspicato dal consumismo affettivo delle prestazioni.

Al pari di altri totem propagandati come accessibili, si parla del “come” essere buone madri e buoni padri e ci si dimentica invece del punto di partenza e cioè di quella fallibile realtà umana dalla quale ha inizio l’avventura di educatori.

In questo assetto confuso e ansiogeno, diventare genitori diventa una scelta sempre più difficile, caricata di comprensibili paure.

Gli studi e le letture non bastano a colmare lacune evolutive che la persona avverte dentro di sé.

Conosco donne che vivono profondi sensi di colpa perché si sentono inadeguate nel loro ruolo di madri, e padri altrettanto timorosi di sbagliare e di non essere all’altezza.

Questi sentimenti nascono dall’errata percezione che ci sia un mondo di genitori perfetti dal quale ci si sente esclusi, mentre in realtà c’è solo una comunità di persone quotidianamente alle prese con una dimensione che è tutta da costruire e che ciascuno esplora, amplifica e migliora o meno, in base alle proprie fragilità e al proprio percorso evolutivo.

Per i giovani questa incognita può condurre a temere l’esercizio della genitorialità come il banco di prova del proprio valore complessivo ed allora la decisione di generare viene rinviata di mese in mese, di anno in anno.

Si dovrebbe smettere di elencare le qualità della madre perfetta o del padre esemplare e spiegare ai giovani che tutti gli esseri umani sono fatti per crescere ed evolversi e che ogni tappa richiede un tempo fisiologico di crescita. Dunque, generare non significa fare un salto in una pelle che non è la propria, ma fare i conti col proprio limite ed accettarlo, in maniera da poter accettare anche quello che si ritroverà nei figli che arriveranno.

Questo però significa rinnegare la fretta del “risultato a portata di mano” a cui ci ha abituati il consumismo, mentre solo allontanandosi dall’idea di un’acquisizione automatica delle prerogative di genitore, i giovani si libereranno dall’ansia di prestazione, rassegnati ad allinearsi al “genitore modello base”, (quello che si occupa di nutrire, accudire e coccolare) e a rinviare a tempi successivi ulteriori progressi da maturare nel tempo.

Tra le conquiste, quella di sapersi mettere in discussione, saper chiedere scusa e riparare di volta in volta agli errori commessi.

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